Alla festa leggiadra. Ballate, madrigali e danze all’epoca di Boccaccio (XIV secolo) - CD


PREZZO : EUR 19,90€
CODICE: 8032853981115
AUTORE/CURATORE/ARTISTA :
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EDITORE/PRODUTTORE :
COLLANA/SERIE : -
DISPONIBILITA': Disponibile


TITOLO/DENOMINAZIONE:
Alla festa leggiadra. Ballate, madrigali e danze all’epoca di Boccaccio (XIV secolo) - CD

PREZZO : EUR 19,90€

CODICE :
8032853981115

AUTORE/CURATORE/ARTISTA :
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EDITORE/PRODUTTORE:


COLLANA/SERIE:



ANNO:
2011

DISPONIBILITA':
Disponibile

CARATTERISTICHE TECNICHE:
Supporto: CD Audio
Durata totale: 57'20''
cm 13,7 x 12,2 x 0,5
gr 76

DESCRIZIONE:

Commento dell'editore:
È possibile cantare oggi, all’inizio del nuovo millennio, la Primavera, l’Amore, la gioia della Festa? È possibile cantare ancora con la stessa freschezza di sentimenti così come avveniva nel tardo Medioevo? E, soprattutto, è possibile trovare un altro significato, oltre a quello estetico, in tutto questo?Il progresso, la scienza, la tecnologia sembra ci abbiano portato lontanissimi da quel mondo. L’uomo del Medioevo aveva orizzonti così diversi che un mondo come il nostro era per lui non solo inimmaginabile, almeno fino a Leonardo da Vinci, ma neanche desiderabile!
Eppure, pur nelle immense difficoltà del suo piccolo, ristretto universo, dove tutto era ciclico e il perfetto era in un altro mondo (non in terra, non nella materia), si sapeva distillare quella capacità, per noi sorprendente, di apprezzare la vita nelle piccole e grandi cose, perché anche dalle sventure si usciva, come dall’Inverno si rinasce nella Primavera.La morte era lì accanto, sempre in agguato (una carestia, una pestilenza, o i quotidiani atti di violenza), ma anche nelle più piccole manifestazioni della vita c’era quella forza naturale che, dalla sopravvivenza, arrivava alla gioia della vita (forse proprio per il continuo confronto con la caducità del tutto).
Anche la musica rientra in questo. Nella pur apparente semplicità o,forse è meglio dire, essenzialità, la forza della musica prorompeva nella vita insieme a tutti i suoi significati simbolico-allegorici: ecco allora i canti d’amore (i madrigali e le canzoni), di primavera e di festa (sonetti e ballate); i balli più raffinati (le istampite e le carole) e quelli sfrenati (i salterelli).Ecco che poeti, come Giovanni Boccaccio e gli altri anonimi, “cantano” per il loro uditorio; valenti musici, come Lorenzo, Gherardello, suonano e “incantano” con la loro arte nella splendide città del trecento, su tutte Firenze. Tutti si rispecchiano in questo: è una società circoscritta, quella del Trecento.
La città, con le sue mura difensive, è in realtà ben diversa dal castello medievale (simbolo di forza e guerra): al suo interno la città pullula di vita, sacra e profana, ed anche la campagna non è da meno. Infatti, se andiamo a guardare quello che sopravvive nella maggior parte delle città italiane, troviamo, ancora fresche e tangibili, le grandi e piccole opere del tardo Medioevo: palazzi, chiese e cattedrali, campanili e torri. Oltre ai numerosi tesori artistici di pregevole fattura anche il pezzo di muro o l’arco a sesto acuto, il balcone o la fontana non più attiva, ci informano che qualcosa di vivo c’è stato e in qualche modo rimane. È la forza di questo significato che oggi proviamo a riscoprire e a far rivivere. Oggi. L’oggi dell’uomo moderno, tecnologico, che si sente “superiore” e invece è spesso bloccato, a volte culturalmente regredito.
Abbiamo forse tagliato troppo velocemente il cordone ombelicale con le tradizioni (o meglio, le radici), separato accuratamente la parte spirituale da quella materiale e, dal secolo XIX in poi, siamo caduti in una trappola da noi stessi fabbricata: quella di essere sempre più materialmente ricchi, ma immensamente più infelici. Il perché di tutto questo e su le possibili soluzioni ci porterebbe lontano… anzi no!, ci porta al mondo medievale, al Trecento italiano: li ci aspettano ancora le ballate e i madrigali d’amore, la festa leggiadra e le allegre danze.Perché comunque, dopo l’Inverno, la Primavera ritorna sempre.
Per entrare nel mondo del Trecento interpretiamo, in una ricca versione strumentale(come i musici di un’orchestra presente negli avvenimenti più importanti), un madrigale proveniente dal Codice Rossi, Su la rivera, che, per l’evidente ritmo di danza e le frasi concise, esprime subito l’idea polifonica del periodo da noi preferita.
La caccia, proveniente dal Codice Panciatichiano (contenente brani della prima metà del XIV sec.), Segugi a cord’e e il madrigale Quando i oselli canta ci descrivono due situazione agresti tipiche di un mondo leggiadro che si rinnova (anche in senso allegorico) accompagnato da due Salterelli, sfrenate danze medievali, uno nel tipico ritmo di 6/8, ancora in uso, e l’altro “alla tedescha”.
Ma è il tema dell’amore che predomina nelle canzoni del Trecento dove la forma musicale della ballata, pur con numerose varianti, supera il più arcaico madrigale.
Dalla stretta collaborazione tra poeti e musici (anche se spesso questi ruoli erano svolti dallo stesso artista), nascono alcune significative opere musicali del periodo.
Non so qual’ì mi voglia, unica ballata monodica di Lorenzo da Firenze creata su testo di Giovanni Boccaccio, è tra le vette del virtuosismo canoro scritto, insieme al madrigale a 2 voci Come n sul fonte, sempre di Lorenzo da Firenze su testo di Boccaccio.
È, questo, uno stile adatto per i momenti conviviali, per le feste e i balli, distante dallo stile da“concerto” delle più elaborate composizioni a 3 voci.
Nelle due danze di anonimo, come tutte le altre che provengono dal Codice della British Library, il Lamento di Tristano e La Rotta (una danza bipartita) e Ghaetta (un’istampita, genere di più lungo sviluppo), sperimentiamo varie combinazione di strumenti: le corde, i fiati e le percussioni. Ed è ancora Firenze la città di riferimento artistico di Gherardello, un autore tra i più moralisti per gli argomenti trattati (insieme al grande Francesco Landini); sua una ballata monodica nello stile più antico: I’ vo’ bene.
Una pausa quasi notturna per due più intime ballate, Lucente Stella, di anonimo, e De’, poni amor a me, sempre di Gherardello da Firenze (questa in versione interamente strumentale per via del testo incompleto): ci si riposa dalle danze precedenti, e si riprende fiato prima di passare alle prossime che ci invitano alla festa.
Arrivano tutti i pifferi e trombetti della città con La manfredina e La Rotta (altra danza bipartita). E si riparte col ballo e si canta in coro, con le ballate monodiche Amor mi fa cantar a la Francescha e Per tropo fede. Anche queste provengono dal codice Rossi: la prima, nel verso iniziale, gioca tra il nome di una donna e lo stile musicale (“alla francese”); la seconda ricorda, come l’antica tradizione trovadorica, le tremende pene d’amore che si possono soffrire.
Infine è a 2 voci l’ironica ballata finale Non posso far bucato, sull’ingiusta sorte degli sfortunati (in amore più che altro), perché comunque è meglio schermirsene che piangere; ma, con un Salterello, la festa e la danza continuano.

Tracks:
01 Su la rivera, Madrigale
LA PRIMAVERA
02 Segugi a cord’ e, Caccia
03 Salterello, Danza
04 Quando i oselli canta, Madrigale
05 Salterello, Danza
L’AMORE
06 Non so qual’ì mi voglia, Ballata di Lorenzo da Firenze su testo di Boccaccio
07 Lamento di Tristano e La Rotta, Danza
08 Come in sul fonte, Madrigale di Lorenzo da Firenze su testo di Boccaccio
09 I’ vo’ bene, Ballata di Gherardello da Firenze su testo di Niccolò Soldanieri
10 Ghaetta, Istampita
LA NOTTE
11 Lucente Stella, Ballata
12 De’, poni amor a me, Ballata di Gherardello da Firenze
LA FESTA
13 La manfredina e La Rotta, Danza
14 Amor mi fa cantar a la Francescha, Ballata minima
15 Per tropo fede, Ballata minima
16 Non posso far bucato / Salterello, Ballata / Danza


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